Batistuta il Trascinatore

By: Laura Bandinelli

Il primo febbraio ha compiuto trent’anni. Ad aspettarlo per i festeggiamenti c’erano la moglie Irina, i suoi tre bambini e tanti amici. Sul tavolo, un enorme millefoglie su cui è stato adagiato un pallone di cioccolato. Ai lati della torta, il numero trenta e gli auguri scritti sia in italiano che in argentino. Firenze lo ha adottato, o forse è stato lui ad adottare Firenze. Non si è mai nascosto ai fiorentini; dal 1991, anno in cui è arrivato nel capoluogo toscano, ha preso possesso di una casetta vicino allo stadio. Non è stato difficile per i tifosi capire che proprio lì abitava Batigol e allora ogni occasione è stata buona per manifestare il loro affetto con striscioni, fiori, bigliettini, palloncini attaccati sulla porta del suo garage o sugli alberi antistanti l’abitazione.

Dopo otto anni il loro idolo, il campione dei record, quello dalla corazza indistruttibile, è apparso a tutti come un uomo, non più soltanto come un eroe . È successo durante Fiorentina-Milan quando, sdraiato sul campo per il dolore, ha lasciato tutta Firenze impietrita. I tifosi si sono accorti che Gabriel Batistuta non è indistruttibile.

Ma anche questo momento difficile è ormai soltanto un brutto ricordo. Del resto Gabriel ha avuto la possibilità di crescere guardando la vita da tanti punti di vista, come rivela lui stesso nell’autobiografia dal titolo “Io Batigol racconto Batistuta”:

«Ho vissuto con il povero e con il ricco e ho comunicato con entrambi. Questo è il tesoro più grande che mi porto dentro».

Davanti alla sua casa è in atto un trasloco. Il bomber argentino si trasferirà sulle colline di Fiesole, in un luogo più isolato. Non lascerà Firenze, ha un contratto che lo lega alla Fiorentina fino al 2003, il presidente Vittorio Cecchi Gori gli ha addirittura prospettato di prendere un giorno il suo posto. A trent’anni, il “gordo” (così veniva chiamato da piccolo a causa del suo fisico tutt’altro che gracile) ha pronta una nuova scommessa: battere ancora altri record, ma soprattutto vincere lo scudetto con la maglia viola.

Batistuta, Il Mondiale di Francia è storia vecchia. Passarella non guida più la Nazionale argentina. Al suo posto c’è Marcelo Bielsa, uno dei suoi primi allenatori, colui che quando approdò nel Newell’s Old Boys decise di metterla a dieta...

«Con lui ho vissuto momenti molto belli. All’inizio lo consideravo un rompiscatole, poi ho capito che agiva soltanto per il mio bene. Le sue idee mi piacciono».

Le capita mai di pensare alla Coppa America e al prossimo Mondiale?
«Certo. A Francia ‘98 sono arrivato in condizioni psicologicamente non ideali, avevo tanti pensieri per la testa, tanti problemi con la Fiorentina. La mia vita professionale era “un casino”. L’unica cosa che mi faceva stare bene era pensare ai gol che ero riuscito a realizzare».

Ma questa situazione ha influito sulle sue prestazioni calcistiche?
«Ero arrivato al punto di non aver più voglia di giocare a pallone. Non era mai accaduto prima. Per questa ragione ho pensato che, terminati i Mondiali, e quindi dopo un traguardo importante, i miei stimoli si sarebbero azzerati».

Cosa le ha fatto cambiare idea?
«Non immaginavo che arrivasse un uomo come Trapattoni, che le cose si sistemassero e che finisse tutto in modo positivo».

Passarella e Lazaroni sono forse gli unici due allenatori con cui il suo rapporto non è stato idilliaco. Tutti gli altri hanno sempre visto in lei un leader...
«Sono uno che sposa subito le loro cause. Mi metto a disposizione, non cerco di giudicarli, non mi è mai capitato di esprimere un giudizio del tipo “Con questo non andiamo da nessuna parte”, o frasi come “Non vinceremo mai niente”. Ho sempre provato a raccogliere le loro idee e tramutarle in ottime prestazioni sul campo».

Adesso che la Fiorentina ha in panchina un uomo di grande esperienza come Giovanni Trapattoni, sente meno responsabilità sulle spalle?
«Non sono mai stato un parafulmine. In nessun momento della mia vita mi sono sentito un salvatore della patria. Responsabilità grosse non ne ho mai avute, anche se so perfettamente che se la gente si aspetta i gol, allora pensa che a farli deve essere Batistuta. Avverto tutto questo, non vivo certo dentro un freezer. Però quando scendo in campo sono uno del gruppo, mi sento parte della squadra».

Ma i suoi rapporti con i dirigenti viola grazie al Trap sono cambiati?
«No, non è vero, per me tutto è rimasto invariato. Non sono il tipo che va a parlare con il presidente di problemi di mercato, consigliandogli giocatori. Non l’ho mai fatto e non lo farò mai».

Ma qual è il segreto di questo allenatore? Ovunque va lascia il segno, in Germania continuano a parlare di lui...
«Trapattoni e io siamo due leader, l’unica differenza è che lui ha molti più anni di me (ride, n.d.r.). Il suo arrivo è stato positivo, lui ha dentro di sè le stesse cose che ho io, grinta e fame di vittorie. Ma non siamo i soli. Tutti proviamo lo stesso desiderio, ovvero vogliamo ottenere grandi soddisfazioni dalla vita».

Ma siete dei trascinatori?
«Parlo di me. Mi rendo conto di riuscire a trasmettere delle cose che non mi propongo di trasmettere. Quando gioco, gioco sia per me che per la squadra, però mi sono accorto che anche il mio modo di correre o di colpire un pallone può suscitare delle impressioni, ovvero dicono che io ho più voglia degli altri, che ci metto molta più grinta. Non è vero. Ci sono calciatori meno appariscenti che in campo si dannano l’anima ma nessuno ci fa caso».

Edmundo ad esempio è il suo esatto contrario?
«Potevi fare un altro esempio: perché ti viene in mente subito lui? Io pensavo a giocatori come Amor, Torricelli o Firicano. Tutti alla loro maniera trasmettono qualcosa. A me non piace fare l’attore, dico sempre quello che penso e agisco nella stessa misura. Quando ho iniziato a giocare a calcio non ho mai creduto che ci fossero delle regole da rispettare per sembrare un buon capitano o per farsi amare dal pubblico».

Allora qual è il metodo da seguire per diventare un leader?
«La risposta è una sola: a me viene naturale».

Parliamo del suo rapporto con il presidente. In passato ci sono stati dei malintesi, spesso date l’impressione di pensarla in modo totalmente opposto...
«È normale. Con gli amici non si può mica essere sempre in sintonia e avere le stesse idee, anzi il bello sta proprio nel fatto che ci si può confrontare».

Ma in alcuni casi (vedi vicenda Edmundo) sembrate agli antipodi, la gente ad ascoltarvi si diverte...
«Io purtroppo non molto. Però sono consapevole che lui parla da presidente con tanto di tifoso dentro, mentre io parlo da calciatore con tanto di fascia da capitano. Il mio compito, oltre che giocare e possibilmente segnare, è anche quello di difendere la mia squadra».

Ci dica la verità: non è mai capitato che Cecchi Gori si arrabbiasse con lei per qualche presa di posizione non conforme alle sue idee?
«No, non è mai accaduto. Forse se a dire certe cose fossero stati altri non le avrebbe accettate. Con me è diverso, perché mi conosce. È consapevole che agisco per il bene della Fiorentina, sa che non remo contro. In fondo ognuno di noi ha metodi diversi per risolvere i problemi. Faccio un esempio: non è detto che due persone scelgano la stessa strada da percorrere, ma alla fine l’importante è che si giunga alla stessa meta».

Lei è l’unico giocatore al mondo che si è trovato uno striscione appeso in tribuna d’onore confezionato dal suo presidente, con scritto: «Incedibile!».
«Quel gesto mi ha fatto molto piacere, inutile nasconderlo».

E se dovesse essere lei a scrivergli qualcosa su un manifesto?
«Non sono bravo “politicamente”, non riesco a lanciare messaggi. La verità è che non mi piace esprimere apertamente i miei sentimenti. Fa parte del mio carattere».

È dispiaciuto per non essersi classificato almeno nelle prime tre posizioni nell’assegnazione del Pallone d’Oro?
«No, non mi ha dato fastidio, perché ho ben chiaro come funzionano certe cose. Innanzitutto gioco nella Fiorentina, una squadra che a livello pubblicitario non può competere con lnter, Milan, Juventus e Barcellona, tanto per fare degli esempi. Poi ho pochi sponsor. Non basta giocare bene, se le prestazioni fornite in campo contavano qualcosa, allora dovevo arrivare almeno nei primi tre posti».

Però dopo che Zidane è stato incoronato numero uno nel mondo dalla rivista France Football, molti hanno parlato di una classifica ingiusta nei suoi confronti...
«Ripeto: sono gli sponsor quelli che contano. Se tutti hanno riconosciuto che meritavo maggiore attenzione, allora vuol dire che qualcosa di strano c’è e soprattutto che il meccanismo non funziona».

Non ha vinto il Pallone d’Oro, ma adesso la Fiorentina grazie ai suoi gol è conosciuta in tutto il mondo.
«Tutto questo non può valere come un premio, anche se comunque è una cosa bella, vuol dire che il mio lavoro è servito a qualcosa».

Durante la settimana l’ufficio stampa della società gigliata è sommerso da richieste di interviste con lei provenienti da giornali di tutto il mondo...
«Questo è un altro punto che non ha giocato a mio favore, dal momento che non sono molto disponibile ad accettare queste richieste. Forse se facessi più il ruffiano otterrei maggiori benefici. A tanti magari dà fastidio questo mio modo di essere».

In che senso, scusi?
«Io non amo i riflettori, preferisco stare a casa con la mia famiglia o allenarmi, piuttosto che andare a trasmissioni televisive o a qualsiasi tipo di manifestazioni. Se qualcuno decide di assegnarmi un premio deve farlo per quello che faccio in campo, non perché sono bravo nelle pubbliche relazioni».

Nutre ancora delle speranze?
«Mai arrendersi. Sono convinto che se un giorno mi daranno un premio vorrà dire che me lo sono meritato sul serio, sarà quindi una doppia soddisfazione».

Alcune settimane fa ha ricevuto il Trofeo dell’International Federation of Football History & Statistics, quale secondo goleador dell’anno 1998.
«Sono stati molto carini per vari motivi. Innanzitutto il secondo premio non era previsto, ma nel mio caso hanno fatto un’eccezione perché quando si è disputata la gara di Coppa Uefa a Salerno ero a pari merito con Al-Houwaid, colui che poi ha vinto. Hanno ritenuto che la decisione dell’UEFA fosse ingiusta. Non si può pensare che sia colpa nostra se un teppista lancia una bomba dagli spalti».

Se la Fiorentina non fosse stata esclusa dalla Coppa, l’avrebbe vinto lei?
«Non posso dirlo con certezza, in questo modo però non me ne hanno dato la possibilità».

La premiazione è avvenuta all’interno dello stadio, con tutto il pubblico in piedi ad applaudirla.
«Emozionante! Soprattutto perché è stata una festa semplice, come quelle che piacciono a me. A differenza di altri organismi, loro non hanno preteso la mia presenza da nessuna parte. Anche in questi casi, purtroppo, ci sono di mezzo le sponsorizzazioni. Se non ti presenti, puoi scordarti il premio».

Non sarà proprio lo “stress da apparizioni” una delle cause dei problemi di Ronaldo?
«Parlo da spettatore, da persona che non conosce bene come stanno veramente le cose. La sua vita non è semplice, sicuramente lui è più soggetto a tensioni rispetto a una persona che fa un lavoro normale e guadagna molto meno. La gente a volte è limitata nei giudizi e pensa: guarda quello, è miliardario e ha il coraggio di lamentarsi!».

La vita di un campione non è semplice, soprattutto se si è richiestissimi come lui. A lei una cosa del genere è mai accaduta?
«Non siamo fatti tutti alla stessa maniera, anch’io sono costretto a fare delle pubblicità perché ci sono di mezzo dei contratti, però riesco a mantenere la serenità interiore. Ronaldo ha vissuto due anni intensi dove veniva ritenuto da tutti il migliore, non ha certo condotto una vita serena, però è giovane e saprà riprendersi, non è... vecchio come me».

Durante tutta la sua carriera a Firenze è rimasto fermo per infortunio soltanto quattro volte. Cosa si prova a vedere la partita dalla tribuna o, come è successo in occasione di Fiorentina-Roma, a bordo campo?
«Si soffre molto, soprattutto quando la palla non vuole entrare. Chiaramente vedendo gli altri giocare la voglia di scendere in campo è grandissima».

Alcune voci parlavano di una sua vacanza a Cortina con la famiglia, con tanto di palestra privata presa a noleggio...
«Sono notizie ridicole. A me sciare non piace».

In un’intervista, subito dopo l’infortunio al ginocchio, lei aveva affermato: «Quando ero steso per terra ho avuto paura di aver chiuso la stagione e quindi di non partecipare alla festa per lo scudetto». Non le è invece mai capitato di pensare che proprio la sua assenza in squadra avrebbe potuto pregiudicare tutto questo?
«Non posso permettermi di avere simili pensieri. Non credo di essere indispensabile. Mi spiego meglio: Batistuta è importante, ma non può essere così presuntuoso da credere di poter giocare da solo. La mia presenza in campo vale quanto quella di un altro mio compagno. Credete che Toldo non sia importante?».

Ma ci sono i numeri che parlano per lei, la media-gol è strepitosa...
«Ripeto: non posso pensare che senza di me caschi il mondo, perché non è così».

Crede allo scudetto?
«La Fiorentina non deve preoccuparsi se si trova dietro. Il campionato è lungo e possono cambiare tante cose. L’importante è continuare a crederci, come ha affermato Giovanni Trapattoni».

Si può parlare di mentalità vincente in questa squadra?
«Certo che possiamo, mi sembra che lo abbiamo già dimostrato sul campo. Mai pensare in negativo, chi lotta con tenacia per qualcosa o per qualcuno alla fine riesce ad averla vinta».

Batigol insegna.


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